Benvenuti nel sito ufficiale del Cammino Fogazzaro-Roi (CFR): 80Km di cammino lungo stradine argini e sentieri della provincia di Vicenza fra tesori di arte e natura nei luoghi narrati dal famoso romanziere.

Antonio Fogazzaro

Indice articoli

La rilettura dei romanzi di Fogazzaro e il camminare aiutano a coltivare la sensibilità per l'ambiente, guidano ad ammirare il paesaggio che racconta se stesso, a scoprirne e riscoprirne le forme, a non essere indifferenti, anzi, a restare stupefatti, e invogliano a vivere un'esperienza rigenerante e di arricchimento culturale. Le suggestioni letterarie e paesaggistiche affinano il nostro sguardo verso la Bellezza.

Antonio Fogazzaro

Antonio Fogazzaro nasce a Vicenza nel 1842 da famiglia benestante, attivamente impegnata nella lotta antiaustriaca. Ha come insegnante il poeta don Giacomo Zanella, insigne letterato vicentino. Si laurea in legge a Torino nel 1864, poi soggiorna a Milano, dove esercita la professione di avvocato. Si sposa nel 1866 con Margherita Valmarana, tre anni dopo torna definitivamente a Vicenza e si dedica all'attività letteraria, è anche membro della Congregazione della Carità, del Consiglio Scolastico Provinciale, ricopre le cariche politiche di consigliere comunale e di senatore, è primo Proboviro della Banca Popolare di Vicenza, è presidente della Società del Quartetto e dell'Accademia Olimpica.

Dopo il poemetto Miranda e la raccolta di versi Valsolda, il primo romanzo, Malombra è del 1881, il successo e la fama arrivano con i romanzi successivi, Daniele Cortis (1885), Il mistero del poeta (1888), Piccolo mondo antico (1896), Piccolo mondo moderno (1901), Il santo (1905), Leila (1910), questi ultimi due condannati all'indice.

Con due immagini dinamiche si può abbozzare il ritratto di Antonio Fogazzaro.
La prima è Cavaliere dello Spirito, come emerge da una corrispondenza intrattenuta con Matilde Serao, per qualificare il Fogazzaro come scrittore che tratta della crisi della famiglia, della necessità di rinnovamento della Chiesa, del rapporto tra fede, scienza, eros e morale.
La seconda, coniata da Giovanni Papini, è palombaro in quel mar di sargassi e di mostri ch'è l'anima umana, poiché Fogazzaro descrive prima di altri i meandri e le ambiguità dell'anima moderna.
A queste si può aggiungere quella di uno scrittore gentiluomo, abituato a vivere in ville patrizie elegantemente arredate, benestante, svincolato da ogni questione di vita pratica, abilissimo nell' osservare le cose e le anime, con una delicata vena di poesia.

 

Io vedo un mondo diverso da quello che vedono i miei confratelli d'arte, diverso dal vero insomma.
Io non vedo i grandi uomini che tutti vedono, e vedo poi delle donne grandi che nessuno conosce. Vedo in tutte le anime qualche riflesso bagliore di una luce ignota, di una idea sovrana.
Né le vendo le lenti, né le spezzo, le tengo, le faccio legare in oro perché mi ricordino il generoso fuoco del mio cuore quando s'illudeva, folle ma felice, di penetrar con esse l'universo, per trarne, secondo una propria idea dell'arte, fantasmi d'anima eterna o vive ombre di esseri, perché mi ricordino qualche spirito fedele e ardente.

Per restare su quanto Fogazzaro diceva di se stesso e della propria esperienza di romanziere:

Io traggo il mio libro, parte da altri libri, parte dal vero delle cose, parte dall'anima mia profonda; perché essa pure è un cielo pieno d'ombre e di astri che sorgono, tramontano e risorgono ancora senza posa e v'hanno abissi in fondo a lei che l'occhio interno non penetra.

Da quanto letto, emergono le fonti dei materiali delle sue opere: i libri di altri autori, il "vero" riferito agli ambienti, alle esperienze di vita vissuta e ai personaggi della vita politica e religiosa del tempo, ma soprattutto all'esplorazione dei sentimenti e del destino umano.
Fogazzaro esplora la sua anima, scossa dalle tensioni tra virtù e passione, ma nutrita dall'evoluzionismo cristiano, dall'impegno politico e dal panteismo spirituale.
Possiamo scoprire altri aspetti della personalità di Fogazzaro attraverso i commenti di un altro scrittore vicentino: Guido Piovene, che, con delicata sensibilità, coglie delle interessanti analogie tra carattere di Fogazzaro e morfologia del territorio quando scrive in un articolo del 1942:

Egli rifuggiva troppo dal definito, dal rigido degli abitati; ed il paesaggio vicentino, tanto sfumato e morbido, tutto evasivo ed impreciso, composto di molti elementi ognuno dei quali impedisce all'altro una definizione totale, convenne a meraviglia al suo temperamento. Un paesaggio composito: dove ai languori veneziani, a certi cieli di pianura beati che sanno già di mare e quasi d'Oriente, si associano, a poca distanza, le punte dolomitiche, le grandi vallate prealpine. Questo piaceva a Fogazzaro, a quel suo animo aspirativo ed incerto, fluttuante tra molte e spesso opposte fantasie, e che cercava per ognuna di esse la compiacente e contemporanea accoglienza dei prati, dei boschi e dei monti. Ma anche la vita di villa, poiché in quella provincia fu elaborata una delle più compiute arti di villeggiare.
Il gusto del picco nudo, tutto roccia, buttato verso l'alto, simile a un grido nel silenzio, ma sorgente dal verde e dalla vita sensuale e fiorita dei boschi e delle praterie, è del resto la nota di paesaggio più costante della sua arte. Si direbbe che a lui piacesse non la montagna raggiunta, ma la montagna veduta dal basso e da lontano, quando è aspirazione, favola, luogo di immaginazione, e quasi ideale di vita religiosa inadempiuta.

Nei diversi romanzi di Fogazzaro il paesaggio non è mai fisso ma assume comportamenti vivi che sottolineano i cangianti sentimenti dei protagonisti, ha le entrate in scena di un "attore", reagisce dispensando "suggerimenti".

Altri frammenti per colorare di toni vibranti il ritratto del romanziere, si riferiscono al Fogazzaro "geografo" e "botanico", e questi aspetti possono essere un modo accattivante per invogliare a leggere i suoi romanzi, perché Fogazzaro non è solo un attento osservatore dell'animo umano ma è anche un amante della terra e della natura.

Dai fianchi giganteschi delle nostre montagne ai lidi poetici dei nostri mari, quante scene incomparabili non ci profuse la natura da collocarvi ogni sorta di fantasie dalle più austere, alle più ridenti! […] ben pochi guardano la nostra natura.

Fogazzaro dunque "geografo" e "botanico" perché esprime l'amore per il paesaggio, per le piante e i fiori, legato alla sua esperienza quotidiana carica di ricordi, lo spazio è quello limitato al suo vissuto, non mero sfondo, ma insieme di luoghi precisamente localizzabili tra Montegalda, Vicenza e la Val d'Astico, da buon geografo misura lo spazio, in modo semplice: con la passeggiata, elemento ricorrente nei romanzi e occasione in cui si manifestano le emozioni dei personaggi, dalla curiosità, alla paura, dall'entusiasmo, fino alla commozione.

Fogazzaro, poi, come geografo scopre, radicato nella terra natia, il "piccolo" mondo in cui la serenità è raggiunta, non con il quieto vivere, ma con i gesti della consuetudine, con sacrificio e dolore. Il piccolo mondo è però anche scosso dall'inquietudine dell'anima e dalla precarietà dei rapporti umani.

L'originalità di Fogazzaro sta nell'interpretazione: il paesaggio, non freddo e impersonale, ma vero e proprio individuo trasfigurato e animato, entra in correlazione con le tormentate vicende dei protagonisti dei romanzi, diventa specchio e interlocutore, invia messaggi e consensi, è un confidente delle verità nascoste nell'animo dei personaggi.
Il Fogazzaro, rievoca in modo affettuoso, si sofferma con uno sguardo fine, ma al tempo stesso carico di tenerezza, sullo spazio in cui la sua anima palpita e soffre, questo stesso spazio dà modo al lettore di partecipare al "piccolo" mondo.
Ma, mentre in questo mondo la città ha toni di mistero e di solitudine, il luogo idoneo per la vita quieta è la campagna, lì si aspira a un'esistenza di pace, lì è il rifugio dall'inquietudine e dall'ansia, lo spazio incantato (adatto, come sosteneva Piovene, all'animo "aspirativo e fluttuante" di Fogazzaro).
Per proseguire nell'itinerario nell'anima di Fogazzaro e conoscere meglio la sua geografia, scopriamo un altro elemento: la natura, animata dagli stessi sentimenti dell'autore che si cela dietro i suoi personaggi, produce suggestioni multiformi attraverso voci, suoni, luci, ombre, e dà vita allo spazio circostante innescando una reazione che lo trasforma in "prolungamento" dello stato d'animo dei personaggi.
Si tratta di voci e suoni, che impattano sulla zona indefinita tra anima e sensi, mossi dalla montagna per la solitudine o il raccoglimento, dal lago per i pensieri gravi o misteriosi, dal fiume per la presenza uditiva spesso rombante, dalla pioggia per il pianto, dal vento per l'inquietudine oppure per la purezza del paesaggio, anche il giardino ben curato, i fiori, casti e puri, o voluttuosi e inebrianti e certi tipi di alberi, aggiungono un clima di intimità e rispecchiano la vita interiore dei personaggi.

Per essere invogliati a leggere i romanzi di Fogazzaro e godere delle suggestioni letterarie e dell'ambientazione in territorio vicentino, è interessante analizzare la corrispondenza tra stati d'animo dei personaggi e paesaggio, proponiamo quindi di seguito delle citazioni tratte da: Daniele Cortis, Piccolo mondo moderno e Leila.


Daniele Cortis

Elena, pallida e accigliata, passeggia sola nel parco di villa Cortis, ovvero villa Velo a Velo d'Astico. L'atmosfera del bosco è sfuggente e sfumata. Le ombre hanno una consistenza fisica, avvolgono i pensieri della donna, la disorientano, da veri attori la spingono verso il messaggio, poema dell'ombra e della vita, che testimonierà un amore sublime e ultraterreno: D'inverno e d'estate, da presso e da lontano, fin ch'io viva e più il là.. L'intreccio dei rami di acacia con quello delle due mani della colonna è simbolo di un desiderio non ancora soddisfatto.

S'avviò al cancello dei giardini e si perdette nelle ombre del bosco. Si perdette nel mistero delle ombre che posano in giro al cancello il loro silenzioso invito, e che si chiudono a pochi passi, dense, sulla via che gira e scompare, sui sentieri che accennano e dileguano. Vi sono là dentro colli e valloni perpetuamente ombrosi, laghi e prati cinti d'ombra, voci di fontane invisibili. Le vette degli alti alberi in giro al cancello annunciano ondulando, mormorando al vento, questo poema dell'ombra e della vita, ne promettono le oscure magnificenze. Ella risaliva il valloncello dove un rivolo gorgoglia fra le ninfee, l'erba affoga il sentiero e, in alto, le acacie dell'uno e dell'altro pendìo confondono nel sole il loro verde, spandono al di sotto un'ombra dorata. Si ascende per di là ad un quieto seno aperto del colle, e quindi, fra gli alberi, al piano erboso dove una colonna di marmo antico, portata dalle terme di Caracalla in quest'altra solitudine reca sulla base due mani di rilievo che si stringono e le seguenti parole: "HYEME ET AESTATE ET PROPE ET PROCUL USQUE DUM VIVAM ET ULTRA." (D'inverno e d'estate, da presso e da lontano, fin ch'io viva e più il là). Elena ricomparve più pallida. Chiuso il cancello dietro a sé vi appoggiò la fronte a guardar ancora una volta le care, care piante, a dir loro: "Vi vedrò io più mai?" Le altre piante non la intendevano, offrivano sempre, ondulando e mormorando al vento, il poema dell'ombra e della vita, la pace, il fantasticar dolce dell'amore.

Per quanto riguarda la presenza uditiva del fiume, troviamo Daniele, di ritorno in calesse a Villascura, ovvero Velo d'Astico. Egli è affaticato, ha pensieri che scorrono veloci come le correnti del fiume.

Si sentiva male: sentiva una tormentosa inquietudine, un fastidio mortale di sé, della politica, dei nemici abietti, degli amici stupidi. Sì, l'Italia! Ma già se non riusciva oggi, sarebbe riuscito domani. Era il suo destino e anche il suo proposito; ma pure, un giorno d'amore! Dimenticar tutto tutto per un giorno solo, disprezzare il mondo ed unirsi, lei, la più bella, egli, il più forte! Fantasmi di felicità intensa gli attraversavano la mente. Dalla strada che, correndo diritta fra i platani sull'orlo di un immenso piano, cavalca di tratto in tratto le limpide acque dell'alpe imminente, gli occhi di Cortis risalivano avidi le correnti. Si vedeva là con Elena. Ora se la sentiva fra le braccia ridente e tremante come quelle acque pure.

Per quanto riguarda la montagna, in questa scena troviamo gli elementi della natura, tra cui le montagne, nel ruolo di testimoni, con la loro presenza, con la loro maestosità, suggellano una promessa solenne:

Tu hai l'anima sua, avrai lei nell'altra vita. Ora, ch'ella parta, e tu, temprato da un valoroso fuoco, va, combatti, soffri ancora, sii nobile strumento, fra gli uomini, di verità e di giustizia." Le stelle, le montagne, i grandi abeti severi gli erano testimoni ch'egli rispondeva: 'Sì, lo sarò'.

Fogazzaro dimostra una passione botanica; basti pensare all'attenzione che dedica ad alcune tipologie di piante caratteristiche dell'ambiente naturale in cui si svolgono i romanzi. E' ricorrente nel Daniele Cortis la presenza degli abeti, alberi familiari nel paesaggio che incornicia le passeggiate dei due protagonisti e al tempo stesso simboli di tristezza e di forza che entrano in correlazione con lo stato d'animo umano.
Gli abeti dominano il paesaggio in cui Cortis si muove con Elena per il loro colloquio a Villa Carrè, ovvero Villa Valmarana Ciscato a Seghe di Velo d'Astico:

Giunsero in silenzio all'aperto dove una stradicciola corre a destra le praterie verso Villascura e casa Cortis, un'altra scende a sinistra nel fragore del Ròvese, in faccia alle nude scogliere imminenti del monte Barco, una terza va diritta a tre grandi abeti che dal ciglio d'un pendio fronteggiano la vallata. Egli tirò avanti diritto, verso gli abeti.

E poco più avanti:

Intanto erano giunti agli abeti che rumoreggiavano in alto, pieni di vento e piovevano grosse gocce.

Invece, il "grande abete triste" simboleggia il destino di Elena, pressata dal ricatto del marito:

Laggiù in fondo al cannocchiale del portico, di là dagli abeti, si vedeva un verde livido, il cielo turchino sulla pianura. Elena uscì senza ombrello, andò fino al vecchio abete dai rami cadenti che ora è scomparso, ha ceduto, dopo secoli, alla tempesta, come per avverar il triste sogno della sua giovane signora cui non vedeva più. Elena posò un momento la mano sul poderoso tronco fedele, tornò indietro.


Piccolo mondo moderno

Piero ha la debolezza morale dell'uomo fogazzariano, ma predestinato alla vocazione, Jeanne è tentatrice, tormentata e scettica. Al lettore resta il dubbio che i suoi atteggiamenti siano sinceri e orientati verso l'elevazione dello spirito, piuttosto che la perversione. L'amore tra i due è una combinazione di attrazione e ripulsa. Val la pena di focalizzare l'attenzione su alcuni elementi della natura che, è proprio il caso di sottolineare, interagiscono col personaggio. Per esempio, il giardino di Villa Fogazzaro Roi Colbachini ("Villa Flores" in Piccolo mondo moderno) a Montegalda è protagonista dell'incontro tra don Giuseppe, padre confessore di Piero Maironi e la suocera di Piero, la marchesa Scremin, "addolorata e stanca", il giardino come luogo ideale per la loro silenziosa comunicazione:

Limpidi ricami di note intorno al mover pacato di una melodia tranquilla, né lieta né triste, avrebbero potenza di esprimere quell'inafferrabile interno che sfugge al poeta nel dire l'andar lento di don Giuseppe e della marchesa per l'erbe tutte vive di vento nell'ombra chiara delle nuvole argentee, fra le macchie tutte bisbigli di frondi, rotti dalle note insistenti e gravi, dalle volate acute degli usignoli. I due non si scambiavano, quasi, parola; e appunto la sola musica potrebbe dire il loro silenzio pieno di senso, le comunicazioni non inconscie delle loro anime, comunicazioni di pietà vicendevole, pensando la marchesa come il vecchio prete, con soave poesia di speranze, avesse preparato ai suoi cari, discesi poi nel sepolcro, tanta bellezza di cose; pensando don Giuseppe quanta bontà fosse nella donna addolorata e stanca che per essergli cortese mostrava interesse al suo giardino; blanditi l'una e l'altro, nel cuore, da un'ultima dolcezza terrena, da un gentile compiacimento della bellezza.

Passando ai fiori: le rose di "Villa Diedo", ovvero Villa Valmarana ai Nani a Vicenza, sotto la luce della luna, sono le vivaci e seducenti interpreti, con il loro movimento avvolgente e scomposto, dei fremiti di passione carnale di Piero, sono protagoniste di un invito alla tentazione del giovane per Jeanne, ammantata dello stesso colore della terrazza: il bianco, simbolo di purezza, che accende il desiderio del proibito.

Jeanne, ritta dietro la balaustrata, chiusa in un mantelletto bianco, rispose al saluto rispettoso di Piero: "Che bravo!" e sorrise. Piero salì sulla terrazza con il cappello in mano, con un sorriso troppo simile al sorriso di lei che gli veniva incontro. Era magnifica, nel chiaro di luna, la terrazza di marmo bianco, protesa dal piano signorile della villa, porgente lo scalone al giardino, sommersa la balaustrata nel furioso assalto del roseto, in una scarmigliata pompa di fogliame denso, di grandi occhi carnei, di lunghe frondi mobili ai fiati vagabondi della notte. Era magnifica con il suo arco di bellezza in giro alle tre fronti, via via dagli umili oscuri piani del settentrione al radiante chiarore del cielo sopra la città illuminata. "Perché non si resta qui?" disse Piero con voce sommessa, come se le parole innocenti potessero tradire a qualche orecchio curioso il suo desiderio di un'ora beata in quel solingo incanto di marmi e di luna, fra le rose inquiete, accennanti un voluttuoso invito.

Di nuovo le rose di "Villa Diedo" (Villa Valmarana ai Nani a Vicenza), voci che danno suggerimenti altalenanti tra passione e tormento:

Appena un sottile orlo di argento del rossastro globo lunare brillava ancora quando i due risalirono sulla terrazza oscura. Si sentivano sì e no nell'aria inquieta e buia gli aliti delle rose come voci di desiderio e di pena. Si vedevan sì e no le frondi porgersi in qua e in là come braccia di ciechi brancolanti. Nel chinarsi per volgere la poltrona verso il ponente ove la luna scendeva, Piero sfiorò con le labbra una spalla di Jeanne.

Quindi Vena di Fonte Alta, nella realtà, Tonezza del Cimone. La nebbia è un'attrice che fa estraniare Jeanne dal mondo terreno, la spinge morbidamente in un mondo di purezza. La nebbia riverbera proprio quel desiderio profondo di vita insieme a Piero ma anche il presentimento sulla loro unione solo spirituale.

Un velo era sceso sullo smeraldo dei prati, le ombre degli alberi si erano sciolte nel chiaror diffuso del sole nascosto, il nebbione fumato su dalle valli, si riversava lento per gli alti grembi di Vena, per le vette delle selve, affiochiva nei pascoli i suoni sparsi dei campani, fasciava le pendici nereggianti di Picco Astòre. A Jeanne pareva che un bianco mantello umido venisse avvolgendo silenziosamente lei e Piero, sul prato soffice, dentro le sue lane flosce, venisse dividendoli pian piano dal mondo delle cure umane, dal passato, dall'avvenire, spirando loro il dolce senso di essere anime d'un altro pianeta. Sentì che giungeva un'ora suprema, che erano in giuoco non tanto la felicità propria e le proprie sorti, che importavano mai?, quanto le sorti, la felicità dell'amato, illuso da funesti sogni. Gli passò timidamente una mano sotto il braccio, mormorò: "Ti dispiace?". E benché il "no" di lui sonasse freddo, gli serrò forte sul braccio la bella persona. 'Caro!' diss'ella.

Dopo il momento topico, torna la nebbia inebriante che poi si dissolve per lasciare posto all'entrata in scena della montagna maestosa, proprio la montagna sembra confermare il presagio di Jeanne sull'impossibilità dell'amore terreno con Piero:

Lentamente lentamente, il viso del giovane si accostò al suo che lentamente lentamente si disponeva, si porgeva grave all'incontro.
Allora le due anime salite sulle labbra si dissero tale una cosa che poi, quando le labbra si disgiunsero, gli occhi non sostennero a guardarsi. Altre volte Jeanne e Piero si erano incontrati senza parole in quel pensiero segreto, ma ostilmente. Ora non fu così. Ora la donna sentiva che vi era un ripugnante modo di trattenere il suo amore per sempre; l'uomo sentiva che vi era un dolce modo d'incatenarsi per sempre e che lei non era più tanto ferma nella sua resistenza.
Ambedue, attratti e respinti, trepidavano.
Intanto si era levato un vento molesto che soffiava loro la nebbia in viso.
Si avviarono verso Rio Freddo, lei camminando avanti, in silenzio, col senso dello sguardo fisso di lui, volgendosi con un sorriso quando lo sentiva tanto forte da soffrirne. Poco a poco la nebbia si aperse, apparve a destra, nero, imminente, il tragico Picco Astòre.

Per ultima, in questa carrellata di immagini, la montagna: Vena di Fonte Alta è in realtà Tonezza del Cimone 5 ore dalla città: 2 di ferrovia e 3 di vettura, 1000 metri sul mare, boschi di abeti, boschi di faggi, solitudine, quiete. Introdotta da Fogazzaro inizialmente con sembianze zoomorfe poi mitigate da un amorevole senso di familiarità con il luogo.

Lo sperone che porta Vena di Fonte Alta si protende dalle radici di Picco Astòre a fronteggiar con due corna il gran cavo di Villascura. Lassù nella loro cintura di abissi ondulano supini al cielo i pineti e i faggeti di Vena, macchiati di smeraldo chiaro dove il prato li rompe e dilaga, picchiettati di rosso e di bianco dove stormi di casucce si annidano. Chi li contempla dall'alto dell'alato Picco Astòre o delle grandi montagne nubifere di Val di Ròvese e di Val Pòsina, non legge il loro minuto poema squisito.
Ma il viandante vagabondo per sinuosi lor grembi si domanda se ivi non siansi amate un momento, sull'aurora del mondo, meste Intelligenze delle montagne e gaie Intelligenze dell'aria; se la terra obbediente ai loro mobili sensi non siansi composta e ricomposta intorno ad esse in talami oscuri, in scene di riso, di alti pensieri e di scherzi, che poi fermate al repentino sparir degli amanti abbian serbato per sempre l'ultima forma. Ogni cosa vi ha l'impronta di un sentimento.

Piero lascia Vena per l'aggravarsi della malattia della moglie, il panorama scorre veloce. Il paesaggio variamente declinato, depositario di tanti segreti, spinge Piero a un esame di coscienza al ritmo della brenna e suscita presentimenti e aspettative tristi.

Giù giù nelle tenebre, al trotto di una brenna, sopra un biroccino sconquassato, accanto a un compagno muto, spariscono in alto per sempre i boschi, i pascoli con i sentieri, le macchie e le fontane che tanto sanno, sparisce Picco Astòre; giù, giù sotto le stelle pure, per una costa ignuda, per nere strette di capanne; sparisce in alto, per sempre, la casa dove dorme Jeanne, inconsapevole; giù, giù al trotto stanco della brenna, per un fitto di faggi addormentati, per avanguardie di radi abeti veglianti, per orli di baratri; giù giù con l'orrore di aver cupidamente pensato al tradimento, giù, giù, dal vento freddo delle alture nell'aria sempre più afosa, con la visione di tutta la triste sua vita.


Leila

E' l'ultimo romanzo di Fogazzaro, ambientato a Velo d'Astico. Il protagonista maschile, Massimo (richiama la figura dell'amico discepolo Tommaso Gallarati Scotti) ha caratteri di incoerenza e inquietudine, mentre Leila (l'amica Agnese Blanck) esprime, nonostante la giovane età, punte di orgoglio e sensualità repressa.
Leila, oltre che orgogliosa, è anche coraggiosa, intraprendente e duplice: assume parvenze di Sfinge impenetrabile e di dolce creatura indifesa, ma alla fine sarà l'unica delle protagoniste dei romanzi fogazzariani a simboleggiare, come futura sposa, l'ideale cattolico di famiglia.

Fogazzaro non manca mai di coinvolgere il lettore in un percorso, benché segnato dai tormenti, dal dolore e dal sacrificio, che tende sempre a un destino ascensionale, verso un Bene superiore: dal silenzioso sacrificio di Elena, alla missione di Daniele e Piero, fino all'annunciato matrimonio di Leila come continuità della vita.

In Leila, quando Massimo arriva a Velo d'Astico in treno da Milano, le montagne gli donano un grande senso di ristoro:

Il sopracciglio, appena curvo, del Toràro tagliava lo sfondo aperto fra i due grandi profili neri della Priaforà e del Caviògio, discendenti con maestà l'uno incontro all'altro, simili a manti di giganteschi sovrani. Era una scena di pace pensosa, rispondente alla sete dell'anima sua.

La roccia aumenta in Massimo lo stato di ebbrezza per amore:

Leila si era improvvisamente seduta al piano, aveva suonato Schumann. Ferma nel cuore un'acuta dolcezza, egli aveva seguito la deliziosa musica guardando in alto una piccola obliqua punta di dolomia perduta nei vapori azzurrini del cielo, un aereo profilo di sogno. E adesso cercava rievocare quel momento inenarrabile, richiamare i tocchi delicati del capriccio musicale dolcissimo, la visione della punta di dolomia perduta nel vaporoso sereno, una punta di passione, lanciata su, fuori del mondo, cinta di abissi e di cielo.

La voce del ruscello alla Montanina (la villa di Fogazzaro a Velo d'Astico) attira Leila, in un momento di follia notturna, la giovane donna si immerge in acqua come per purificarsi dei pensieri su Massimo.

Leila prese a sinistra di certo sentiero uscente dal viale a un folto di acacie dove corre il rivoletto che poi salta e suona. Lo trovò, si fermò tra le acacie, sul margine del rivoletto che udiva senza vederlo. All'invito della voce blanda cominciò, come per istinto, a spogliarsi. Accortasi di quel che faceva, sostò. Saggiò l'acqua colla mano.
Era fredda. Meglio, le farebbe bene, così fredda.
E continuò a spogliarsi, senza nemmanco vedere dove posasse le sue robe.
Pose il piede nella corrente, rabbrividì.
Vi pose anche l'altro piede e, stretta il cuore dal gelo, chiusi gli occhi, semiaperte le labbra, calò piano piano, con piccoli gemiti, si adagiò, si distese.
L'acqua le corse via intorno alla persona, tutta carezze gelide, le fluì tutta piccole voci soavi intorno al collo e sul petto ansante. Le si faceva meno e meno gelida.
Altre voci soavi sussurrarono per l'aria.
Leila aperse gli occhi, si drizzò a sedere stupefatta.
Vide se stessa bianca, vide un chiaror diffuso su l'acqua tremula, i margini, le sue vesti, nella selva che moveva le vette argentee, mormorando, al vento.
Era un misterioso destarsi delle cose nel cuore della notte. Dalle acacie piovevano fiori sul ruscello.
La fanciulla si compresse il petto colle braccia incrociate, gemendo di uno spasimo dolce che le gonfiò il petto di lagrime.
Lagrime e lagrime le caddero silenziose nell'acqua tremula, lagrime ardenti dell'anima rapita nel divino incanto. Risalì sul margine del ruscello, si vestì alla meglio e, battendole a furia il cuore, discese in fuga la via col senso di un naufrago che si salva.

Gli alberi suggeritori tirannici ma poi consolatori delicati per l'inquieta Leila:

Leila uscì in giardino per la veranda aperta, si sforzò di pensare alla fuga di don Aurelio. Ma gli stessi alberi presso i quali passava, gli abeti davanti alla scuderia, le betulle presso il cancello parevano dirle col loro rigido silenzio: 'Non è questo che ti sta a cuore, è un'altra cosa che noi sappiamo e non diciamo'. Ella affrettò il passo per liberarsi dalla ossessione della loro chiaroveggenza. Giunta fra i grandi castagni, sull'erta, dovette rallentarlo. E allora i grandi castagni bonari, dalle pietose braccia sparse, le mormorarono: 'Povera, tu dicevi no all'amore di Massimo quando gli altri dicevano sì. Adesso che il signor Marcello dice no anch'egli, povera, non sai più dirlo tu, non ne hai più la forza, vorresti dire sì e nessuno te lo domanderà più mai, povera povera povera'.

Poi è il momento del vento: Leila, accompagnata dal vento, nervosa ed emozionata, legge la lettera scritta da Massimo a donna Fedele e si scopre citata con appassionante coinvolgimento dal giovane.

Lasciata la strada, Leila si arrampicò a sinistra fra i rododendri fioriti. Seduta lassù, sola figura viva nel gran deserto ventoso, andò strappando fiori, se ne raccolse un piccolo fascio in grembo, vi tenne su a lungo le mani immobili, gli occhi, il pensiero. Poi, fredda quanto potè, cavò la lettera, si fece forza per non correrla in cerca del proprio nome, lesse dal principio, lentamente.
Una nube le oscurò la vista, ella si sentì come una festuca in un gran vento.
Rilesse le parole appassionate di Massimo, più e più volte, le baciò e le ribaciò. Finalmente si ripose la lettera in seno, col respiro profondo di chi riposa sulla meta dopo un disperato sforzo dei muscoli. La gioia le si dilatò dalla vita del cuore alla vita dei sensi. Godette il vento freddo che le batteva in viso, godette la scena selvaggia e grande delle montagne di faccia, dalle fronti ardenti nel sol cadente. Godette l'ondulare dei rododendri presso a lei.

Infine è il momento dei fiori; i petali e i profumi dei fiori del giardino della Montanina hanno per Leila parole tenere, avvolgenti:

Leila si era empita la camera, per la notte, di rose, di fiori di madreselva e di acacia. Era una sua mania. Si faceva portare in camera quanti fiori poteva, prediligendo gli odori più acuti. Quella sera ne aveva un mare. Infisse più fasci di acacie fra la spalliera del letto e la parete, un fascio di rose fra la parete e la immagine sacra. La sua delizia, stando a letto, era di sentirsi cadere sui capelli, sul viso, petali di fiori. Spense la luce, si coricò sul fianco ascoltando le fragranze come parole mute, carezzevoli, di vite amorose.

I testi del sito riguardanti Antonio Fogazzaro, Giuseppe Roi e i luoghi fogazzariani sono stati scritti dalla dott.ssa Chiara Faresin. E' vietato l'utilizzo degli stessi senza l'esplicita autorizzazione scritta dell'autrice.
Riferimenti bibliografici sintetici per autore e anno: G. De Rienzo, 1967; G. Cavallini, 1978; M. Santoro, 1988; A. Brazzale Dei Paoli, 1989; G. Piovene, 1993; R. Schiavo-B. Chiozzi, 1993; L. Morbiato, 1994; G. Tellini, 1995.

Il percorso del CFR

Mappa completa CFRLa mappa completa del Cammino Fogazzaro-Roi: oltre 80 km di percorso da Montegalda a Tonezza del Cimone, passando per la città di Vicenza.

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